Sebbene sia noto che il microbiota intestinale possa influenzare lo stato di salute o di malattia, gran parte della sua diversità batterica è ancora poco conosciuta perché molte specie sono difficili da coltivare in laboratorio. Di recente, un gruppo di ricercatori ha scoperto che i batteri intestinali non coltivabili in vitro, in particolare un gruppo chiamato CAG-170, contribuiscono in modo determinante a formare un microbiota sano.
I risultati, pubblicati su Cell Host & Microbe, suggeriscono dunque che il gruppo CAG-170 e altri batteri intestinali non coltivabili in laboratorio rappresentano bersagli cruciali per lo sviluppo di terapie basate sul microbiota.
Lo studio dei microbi intestinali si è tradizionalmente basato sulla coltura in laboratorio. Negli anni lo sviluppo di nuove tecnologie, come i metodi basati sul DNA, ha però consentito di studiare i microbi direttamente dai campioni prelevati dall’uomo e da modelli animali, contribuendo a identificare nuovi batteri correlati a specifiche patologie, tra cui un sottotipo di Fusobacterium nucleatum che è risultato associato al cancro del colon-retto.
Tuttavia, gran parte della diversità batterica del microbiota intestinale è ancora poco conosciuta. Ana da Silva dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito, e i suoi colleghi hanno quindi deciso di analizzare oltre 11.000 campioni di microbiota intestinale di soggetti appartenenti a diverse popolazioni e affetti da varie patologie, al fine di esplorare il ruolo dei batteri che non possono essere coltivati in laboratorio.
Batteri nascosti
I ricercatori si sono concentrati su 8.672 campioni provenienti da persone sane o da pazienti affetti da 13 diverse malattie non trasmissibili. Il DNA di ciascun campione è stato mappato utilizzando un database contenente il genoma di migliaia di batteri intestinali, sia coltivabili che non coltivabili in vitro.
In media, ogni campione conteneva 187 specie batteriche, di cui circa il 30% non coltivabili. Queste ultime sono risultate più comuni e più diversificate nelle persone sane rispetto a quelle affette da determinate patologie, come il morbo di Crohn, la colite ulcerosa e l’obesità.
Terapie microbiche
Dai dati ottenuti è emerso che famiglie batteriche come Oscillospiraceae e Ruminococcaceae sono sovrarappresentate nelle persone sane, mentre Streptococcaceae ed Enterobacteriaceae sono più comuni nelle persone affette da patologie.
Un gruppo di batteri in gran parte non coltivabili in vitro, denominato CAG-170, è risultato particolarmente rilevante, poiché la sua abbondanza e diversità genetica sono correlate alla salute intestinale. La caratterizzazione funzionale dei genomi di CAG-170 ha infatti rivelato un arricchimento di diversi geni correlati alla biosintesi della vitamina B12, che all’interno del microbiota intestinale favorisce l’attività di enzimi microbici che consentono la produzione di acidi grassi a catena corta e il metabolismo degli aminoacidi.
I risultati suggeriscono dunque che i batteri intestinali non coltivabili in vitro, in particolare quelli appartenenti al gruppo CAG-170, rappresentano elementi chiave di un microbiota sano. «Il nostro studio non solo migliorerà la comprensione del ruolo del microbiota nella salute e nella malattia, ma potrebbe anche fornire spunti per lo sviluppo di terapie microbiche di nuova generazione che sfruttino appieno la diversità dell’ecosistema intestinale», concludono i ricercatori.
