Un fungo del microbioma intestinale che interagisce con le specie batteriche a livello enterico è stato identificato per la prima volta da una ricerca condotta dalla Case Western Reserve University, negli Stati Uniti.

Secondo i ricercatori, tale fungo potrebbe giocare un ruolo importante nello sviluppo della malattia di Crohn.

La scoperta, pubblicata recentemente sulla rivista scientifica mBio, potrebbe facilitare l’elaborazione di nuove terapie, nonché rendere più concreta la possibilità di trovare una cura.

Fra le cause della malattia di Crohn, una sindrome autoimmune che colpisce l’intestino, è già noto il ruolo del microbioma, oltre a fattori quali la familiarità genetica e le abitudini alimentari.

Essenzialmente, spiegano i ricercatori, la malattia di Crohn consiste in una risposta immunitaria squilibrata alla presenza dei batteri presenti nell’intestino umano, e «mentre la maggioranza dei ricercatori si concentra sui batteri, in pochi hanno esaminato il ruolo dei funghi, anch’essi presenti nell’intestino di tutti. Il nostro studio contribuisce alla comprensione della malattia con nuove, importanti informazioni».

Gli esseri umani coabitano con diverse specie batteriche e di funghi: a differenza dei primi (organismi procarioti, composti cioè da una singola cellula priva di nucleo), i funghi sono composti da cellule eucariote, quindi dotate di nucleo. Secondo i ricercatori, soltanto nel cavo orale di ogni essere umano vivono fra nove e 23 specie fungine.

I ricercatori hanno esaminato la composizione del microbioma batterico e fungino di nove famiglie con almeno un membro affetto dalla malattia di Crohn, paragonandole ad altre quattro famiglie sane, per un totale di 69 soggetti, tutti provenienti dalla stessa area geografica (Belgio e nord della Francia).

Nei malati di Crohn è stata riscontrata una forte interazione fra due specie batteriche (Escherichia coli e Serratia marcescens) e un fungo (Candida tropicalis), la cui presenza è significativamente più alta nei membri delle rispettive famiglie rispetto a quelle sane.

I tre elementi agirebbero formando una sottile pellicola che, rivestendo alcune porzioni di intestino, provoca una reazione infiammatoria che poi sfocia nei sintomi della malattia di Crohn.

È la prima volta che il fungo, precedentemente riscontrato soltanto su modello animale, viene connesso alla malattia di Crohn negli esseri umani.

Lo studio ha inoltre rilevato contemporaneamente l’abbondanza di uno specifico anticorpo (ASCA, da anti-Saccharomyces cerevisiae), usato come marker per la diagnosi della malattia, e la presenza ridotta di specie batteriche benefiche nei pazienti affetti da Crohn. Risultati, questi, che corroborano quanto emerso da studi precedenti.

Fra le centinaia di specie batteriche e fungine presenti nell’intestino, in definitiva, la correlazione fra questi tre appare particolarmente forte nei malati di Crohn. E c’è una forte somiglianza fra i microbiomi intestinali delle loro famiglie, radicalmente diversi da quelli delle famiglie sane.

I ricercatori, tuttavia, suggeriscono prudenza nella lettura dei risultati: «Non bisogna attribuire la malattia di Crohn esclusivamente alla composizione del microbioma batterico e fungino del nostro intestino. Sappiamo, ad esempio, che i membri di una stessa famiglia condividono anche l’ambiente e le abitudini alimentari». Saranno quindi necessari ulteriori studi per arrivare con precisione a identificare le cause scatenanti della malattia.

«Questo lavoro sottolinea come le correlazioni “interkingdom” tra batteri e funghi nel microbiota gastrico possono essere determinanti nell’insorgenza della malattia di Crohn» commenta Eva Pericolini, microbiologa e ricercatrice in forza all’Università di Perugia.

«L’idea che non solo la presenza o la mancanza di alcune specie microbiche, ma che l’interazione tra più specie batteriche e funghi insieme, possa influenzare e determinare l’insorgenza di patologie come questa è sicuramente un aspetto innovativo e potrà indirizzare lo studio di nuovi approcci terapeutici e diagnostici» aggiunge.

E conclude: «Questo approccio apre la strada allo studio di un ulteriore aspetto per altre patologie correlate alla disbiosi, dove le possibili interazioni “interkingdom” possono essere determinanti e portare anche a specifiche risposte immunologiche patologiche come nel caso delle infezioni del tratto genito-urinario».

Davide Soldati

Cover photo:  Candida tropicalis – Flickr – Nathan Reading