Stato dell’arte
La colonizzazione da parte dei batteri materni e ambientali inizia durante il parto, con notevoli ripercussioni sulla salute dei bambini anche a lungo termine. L’impatto del parto cesareo rimane tuttavia controverso.

Cosa aggiunge questo studio
Mediante un approccio metagenomico, lo studio confronta il microbiota intestinale alla nascita, nel periodo neonatale e nell’infanzia di 596 bambini nati con parto naturale o cesareo.

Conclusioni
Il parto cesareo e la profilassi antibiotica somministrata alla madre durante il parto influiscono sulla composizione del microbiota del bambino nel breve e medio termine, favorendo la colonizzazione da parte di patogeni opportunisti.

La modalità di nascita e l’esposizione antibiotica della madre nel periodo prossimo al parto sembrerebbero influenzare la composizione del microbiota intestinale del neonato, anche nel medio termine. Rispetto ai nati con parto naturale, quelli venuti al mondo con parto cesareo mostrerebbero infatti una maggiore presenza di patogeni opportunisti, associata, di conseguenza, a un aumentato rischio di contrarre infezioni.

È quanto dimostra lo studio di Yan Shao e colleghi del Wallcome Sanger Institute (Hinxton, UK), di recente pubblicato su Nature.

Nonostante sia noto come l’acquisizione e lo sviluppo del microbiota inizino subito dopo la nascita, anzi, probabilmente già nella fase intra-uterina, e di come siano molti i fattori che li influenzano, ancora incerto rimane il contributo della modalità di nascita (parto naturale o cesareo).

Le limitate competenze tecniche e le dimensioni campionarie spesso ridotte hanno infatti reso finora difficile un’analisi approfondita. Per farlo, i ricercatori inglesi, applicando un approccio metagenomico, hanno confrontato il microbiota intestinale di 596 bambini nati con parto naturale (n=314) o cesareo (n=282) alla nascita, nel periodo neonatale (≤1 mese dalla nascita) e durante la prima infanzia (circa 9 mesi). A questi sono stati aggiunti campioni provenienti da 175 madri (per 178 bambini) al fine di valutare un’eventuale trasmissione batterica orizzontale. Di seguito i principali risultati ottenuti considerando i possibili fattori confondenti più noti (modalità di nascita, allattamento, antibiotici ecc).

Dall’analisi dei 1.679 campioni fecali raccolti dai bambini è emerso che:

  • la diversità del microbiota aumenta con il tempo
  • la variabilità intra- e inter-individuale è massima soprattutto durante le prime settimane di vita
  • più che l’allattamento o variabili legate all’ospedalizzazione (antibiotici in età perinatale ecc.) è la modalità di nascita a influenzare maggiormente la composizione batterica durante il periodo neonatale, nel quarto giorno di vita soprattutto
  • non è stata registrata nessuna relazione tra il microbiota intestinale materno e la modalità di parto o tra quello del neonato e il parto cesareo sia d’elezione sia d’emergenza
  • bambini nati con parto naturale hanno mostrato una più alta espressione di specie appartenenti a Bifidobacterium (Bifidobacterium longum, B. breve), Escherichia (Escherichia coli), Bacteroides (Bacteroides vulgatus) e Parabacteroides (Parabacteroides distasonis) i quali, nell’insieme, vanno a comporre circa il 68,3% dell’intero microbiota. Tali specie sono risultate invece carenti nei bambini nati con parto cesareo
  • bambini nati con parto cesareo hanno mostrato un arricchimento di generi associati all’ambiente ospedaliero o alla nascita pretermine come Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Staphylococcus epidermis, Streptococcus parasanguinis, Klebsiella oxytoca, Klebsiella pneumoniae, Enterobacter cloacae e Clostridium perfringens. Anche in questo caso, la loro espressione totale si è mostrata pari al 68,25%
  • nessuna differenza significativa nella prevalenza di Lactobacillus tra i nati con parto naturale o cesareo (1,217% vs 2,21%)
  • di contro, il genere Bacteroides ha registrato un’espressione nettamente più elevata nel gruppo dei nati naturalmente rispetto alla controparte (8,13% vs 0,43%). In questi ultimi la carenza si è protratta anche durante l’infanzia
  • il profilo a ridotta espressione di Bacteroides ha mostrato associazione anche con la profilassi antibiotica materna intraparto.

Con lo scopo di valutare l’eventuale contributo della trasmissione materna allo sviluppo del microbiota del nuovo nato, i campioni di 178 bambini di entrambi i gruppi sono stati relazionati con quelli delle rispettive madri (n=175). Dai dati ottenuti è emerso che:

  • la trasmissione maggiore tra madre e figlio avviene durante il parto naturale con una frequenza del 74,39% vs 12,56% dei nati con parto cesareo
  • i nati con parto cesareo sono caratterizzati da una carenza di ceppi materni ma, di contro, anche da una maggiore presenza di patogeni opportunisti comunemente associati all’ambiente ospedaliero (E. faecalis, E. faecium, E. cloacae, K. pneumoniae, K. Oxytoca, C. perfringens) o alle infezioni nosocomiali (E. faecium, Staphylococcus aureus, K. pneumoniae, Acinetobacter baumannii, Pseudomonas aeruginosa, Enterobacter spp.) 
  • l’83,7% dei nati con parto cesareo acquisiscono patogeni opportunisti durante il periodo neonatale rispetto al 49,4% dei nati con parto naturale. Nei primi 21 giorni, tali ceppi rappresentano il 30,4% del microbiota di nati con parto cesareo, il 9,8% nei nati con parto naturale. La differenza maggiore si registra, ancora una volta, il quarto giorno di vita
  • un’aumentata espressione di patogeni opportunisti è stata registrata sia nei nati con parto naturale, ma con un profilo Bacteroides scarso, sia in quelli non allattati al seno; questi ultimi sono caratterizzati da un incremento di C. perfringens, K. oxytoca ed E. faecalis
  • la colonizzazione con patogeni opportunisti sembrerebbe veicolata più da una contaminazione ambientale che da una trasmissione orizzontale.

Riassumendo, dunque, l’alterata trasmissione batterica tra madre e figlio attuata in caso di parto cesareo, oltre che la profilassi antibiotica materna durante il parto, espone il nuovo nato non solo a una modifica dello sviluppo del microbiota, ma anche a un maggior rischio di colonizzazione da parte di patogeni opportunisti. Le conseguenze cliniche sul sistema immunitario rimangono ancora da chiarire. Ulteriori studi sono quindi necessari al fine di approfondire tale aspetto anche a lungo termine.