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Oncologia: effetti degli antibiotici sull’efficacia dell’immunoterapia

Comprendere come gli antibiotici influenzano l’impatto del microbiota sull’immunoterapia può fornire informazioni sulle possibili strategie in grado di identificare i pazienti oncologici che hanno maggiori probabilità di rispondere al trattamento antitumorale.
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Oncologia: effetti degli antibiotici sull’efficacia dell’immunoterapia

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Stato dell’arte
Diversi studi hanno dimostrato che i microbi intestinali possono influenzare la risposta all’immunoterapia antitumorale. Tuttavia, i meccanismi alla base di questi effetti non sono ancora chiari.

Cosa aggiunge questa ricerca
Precedenti ricerche hanno collegato la presenza di batteri come Bifidobacterium e Akkermansia muciniphila a una maggiore risposta all’immunoterapia antitumorale e alla sopravvivenza dei pazienti a lungo termine. Yan Yan descrive un recente studio che ha valutato, in pazienti oncologici sottoposti immunoterapia, gli effetti degli antibiotici sugli esiti clinici. Dai dati raccolti è emerso che i pazienti oncologici trattati con immunoterapia e antibiotici ad ampio spettro avevano un tasso più elevato di progressione della malattia rispetto ai pazienti che assumevano antibiotici “a basso rischio” o che non erano stati esposti agli antibiotici. Il trattamento con antibiotici “ad alto rischio” ha ridotto l’abbondanza di microbi intestinali produttori di butirrato associati a risposte favorevoli all’immunoterapia.

Conclusioni
Comprendere come gli antibiotici influenzano l’impatto del microbiota sull’immunoterapia può fornire informazioni sulle possibili strategie in grado di identificare i pazienti oncologici che hanno maggiori probabilità di rispondere al trattamento antitumorale.

Diversi studi hanno dimostrato che i microbi intestinali sono in grado di influenzare la risposta all’immunoterapia antitumorale. Una ricerca recente, guidata da Christoph Stein-Thoeringer, avvalora questa ipotesi, spiegando che la somministrazione di antibiotici può condizionare l’impatto del microbiota su questo trattamento.

In un articolo pubblicato su Cell Host & Microbe, Yan Yan del Key Laboratory of Molecular Virology and Immunology of Chinese Academy of Sciences di Shanghai descrive e analizza questo studio.

«L’immunoterapia ha fatto progressi nel trattamento delle neoplasie delle cellule B e di altre forme tumorali che non rispondono alle terapie tradizionali. Sebbene molti pazienti inizialmente rispondano alla terapia, solo il 40% degli individui può però ottenere remissioni durature», afferma Yan Yan.

Antibiotici e progressione tumorale

Precedenti ricerche hanno collegato la presenza di batteri come Bifidobacterium alla sopravvivenza a lungo termine dopo l’immunoterapia antitumorale.

Lo studio condotto da Christoph Stein-Thoeringer ha rilevato inoltre che i pazienti oncologici trattati con immunoterapia e antibiotici ad ampio spettro avevano un tasso più elevato di progressione della malattia rispetto ai pazienti che assumevano antibiotici “a basso rischio” o che non erano stati esposti agli antibiotici. 

Dai dati ottenuti è emerso inoltre che il trattamento con antibiotici “ad alto rischio” ha ridotto l’abbondanza di microbi intestinali produttori di butirrato associati a buone risposte all’immunoterapia, come le specie Roseburia, Bifidobacterium e Lactobacillus.

Akkermansia muciniphila è stata precedentemente correlata a una maggiore risposta all’immunoterapia nei tumori epiteliali e alla produzione di acidi grassi a catena corta immunomodulatori.

I dati raccolti da Christoph Stein-Thoeringer suggeriscono che la risposta all’immunoterapia antitumorale è associata ad alterazioni di alcuni microbi intestinali, tra cui proprio Akkermansia, oltre a Bacteroides, Ruminococcus ed Eubacterium. 

Conclusioni

«I risultati ottenuti sottolineano l’importanza di studiare gli effetti degli antibiotici sull’immunoterapia. Tuttavia, i dati dovranno essere convalidati in studi clinici più ampi» afferma Yan Yan.

«Un altro potenziale approccio complementare o alternativo è l’uso della terapia con batteriofagi piuttosto che di antibiotici ad ampio spettro per favorire il ripristino del microbiota», afferma il ricercatore. «Questa strategia potrebbe eliminare più specificamente gli agenti patogeni opportunisti e non i batteri benefici».

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