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Oncologia: ricercatori individuano la “firma” batterica che regola l’efficacia dei farmaci antitumorali

Secondo un recente studio, il microbiota intestinale può essere utilizzato per prevedere la risposta agli antitumorali a inizio trattamento.
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Oncologia: ricercatori individuano la “firma” batterica che regola l’efficacia dei farmaci antitumorali

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Stato dell'arte
I microbi intestinali sono stati associati sia allo sviluppo dei tumori sia all’efficacia dei farmaci antitumorali in diverse neoplasie. Non è tuttavia ancora chiaro se esista una firma microbica che possa prevedere l’esito del trattamento per ogni tipo di tumore.
Cosa aggiunge questa ricerca
Utilizzando una combinazione di modelli murini e campioni di feci di pazienti con diversi tipi di tumore, i ricercatori hanno scoperto che i risultati del trattamento antitumorale possono essere modulati dai livelli di specifici batteri intestinali, tra cui Bacteroides ovatus e Bacteroides xylanisolvens.
Conclusioni
I risultati suggeriscono che la composizione del microbiota intestinale all’inizio del trattamento antitumorale potrebbe essere utilizzata come strumento per prevedere la risposta ai farmaci.

In questo articolo

I tumori sono una delle principali cause di morte in tutto il mondo, con quasi un decesso su sei attribuito a questa malattia. Sebbene i pazienti oncologici siano generalmente trattati con farmaci che impediscono la divisione delle cellule tumorali o che incrementano la risposta del  sistema immunitario per eliminare le cellule neoplastiche, in alcuni pazienti i risultati sono ancora non soddisfacenti. Di recente, un gruppo di ricercatori ha scoperto che l’esito del trattamento antitumorale può essere modulato dai livelli di specifici batteri che compongono il microbiota intestinale.

I risultati, pubblicati sulla rivista Microbiome, suggeriscono infatti che la composizione del microbiota intestinale all’inizio del trattamento potrebbe essere utilizzata come strumento per prevedere la risposta ai farmaci antitumorali.

Precedenti studi hanno associato specifici microbi intestinali allo sviluppo del tumore, soprattutto il carcinoma del colon retto, e all’efficacia dei farmaci antitumorali in diverse neoplasie.

Non è tuttavia ancora chiaro se esista una firma microbica che possa prevedere l’esito del trattamento per ogni tipo di tumore. Così, Gianni Panagiotou dell’Istituto Hans Knöll di Jena, in Germania, e i suoi colleghi hanno usato modelli murini e campioni di feci di pazienti con diversi tipi di tumore per studiare il ruolo del microbiota intestinale nel cancro.

Alla ricerca di una “firma” microbica tumorale

I ricercatori hanno raccolto campioni di feci da 26 pazienti con otto diversi tipi di tumore e che sono stati trattati con farmaci antitumorali. I campioni sono stati raccolti prima e durante il trattamento antitumorale.

Bacteroidetes e Firmicutes sono risultati i batteri più abbondanti in tutti i campioni, seguiti da Proteobacteria e Verrucomicrobia. In generale, i pazienti oncologici presentano un rapporto Firmicutes/Bacteroidetes più elevato rispetto agli individui sani.

Tuttavia, rispetto ai soggetti che hanno mostrato una progressione della malattia dopo il trattamento (non-responder), nei pazienti che hanno risposto favorevolmente al trattamento antitumorale (responder) sono stati osservati profili di microbiota intestinale più simili a quelli degli individui sani.

Nei non-responder è stato infatti registrato un rapporto Firmicutes/Bacteroidetes più elevato rispetto ai responder e agli individui sani. Inoltre, rispetto ai non-responder, i responder hanno mostrato una maggiore abbondanza di batteri tra cui Bacteroides xylanisolvens, Bacteroides ovatus e Prevotella copri. Invece, il microbiota intestinale dei non-responder è risultato arricchito in microbi come Clostridium symbiosum e Ruminococcus gnavus.

Specifici batteri modulano la risposta di erlotinib

Per avere la conferma che i batteri presenti in quantità maggiore rispettivamente nei responder e nei non-responder possano influenzare i risultati del trattamento, i ricercatori hanno analizzato in modelli murini il loro impatto sulla crescita del tumore.

Il team di studiosi ha quindi somministrato ai topi, attraverso una sonda gastrica (oral cavage), B. ovatus e B. xylanisolvens oppure C. symbiosum e R. gnavus, che rappresentno rispettivamentei batteri presenti in prevalenza nei responder e nei non-responder.

Dopo una settimana, i ricercatori hanno indotto lo sviluppo di un tumore ai polmoni nei topi, per poi trattarli con erlotinib, un farmaco inibitore del recettore EGF  comunemente usato per questa neoplasia.

Dopo due settimane, il volume medio del tumore nei topi trattati con erlotinib colonizzati con i batteri dei responder è risultato del 46% inferiore rispetto a quello dei topi trattati solo con erlotinib; inoltre, i topi trattati con erlotinib colonizzati con i batteri dei non-responder hanno mostrato una dimensione del tumore dell’87% maggiore rispetto a quello dei topi trattati con erlotinib colonizzati con i batteri dei responder.

Conclusioni

I risultati suggeriscono quindi che B. ovatus e B. xylanisolvens abbiano in effetti un impatto positivo sull’esito delle terapie, mentre C. symbiosum e R. gnavus potrebbero contribuire alla resistenza al trattamento. Ulteriori esperimenti indicano che la presenza dei batteri tipici dei pazienti responder e il trattamento con erlotinib potrebbero migliorare l’efficacia del trattamento modulando la risposta delle cellule immunitarie nei confronti dei tumori.

Sebbene i risultati debbano essere confermati in un gruppo più ampio di pazienti oncologici, lo studio suggerisce che la firma microbica intestinale è in grado di predire accuratamente la risposta ai farmaci antitumorali. «Riteniamo che la somministrazione di specifici batteri probiotici potrebbe essere un potenziale trattamento supplementare in combinazione con terapie antitumorali per un miglior risultato del trattamento» concludono i ricercatori.

Traduzione dall’inglese a cura della redazione

Giorgia Guglielmi
Giorgia Guglielmi è una science writer freelance residente a Basilea, in Svizzera. Ha conseguito il dottorato in Biologia all’European Molecular Biology Laboratory e il Master in Science Writing al MIT.

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