Le coliche del lattante continuano a rappresentare una delle condizioni funzionali più comuni e più frustranti dei primi mesi di vita. Pur essendo in genere autolimitanti, hanno un impatto importante sulla qualità di vita della famiglia, alimentano richieste di consulto pediatrico e spesso spingono verso strategie terapeutiche di efficacia non sempre ben documentata. Negli ultimi anni, però, il quadro interpretativo si è fatto più complesso. Sempre più dati suggeriscono infatti che la colica non sia soltanto un disturbo funzionale del comportamento o della motilità intestinale, ma una condizione in cui microbiota, barriera mucosale e risposta immunitaria possono interagire in modo significativo.
È in questo contesto che si inserisce il lavoro pubblicato su Cytokine da Anna Pau e Massimiliano Bergallo, del Department of Public Health and Pediatric Sciences dell’Università di Torino. Lo studio esplora gli effetti di Limosilactobacillus reuteri LMG P-27481 nei lattanti allattati al seno con colica, valutando non solo l’andamento clinico, ma anche alcuni parametri biologici legati all’infiammazione intestinale e alla risposta immunitaria mucosale.
Coliche neonatali e microbiota intestinale
Il razionale dello studio parte da un’osservazione ormai ricorrente in letteratura: i lattanti con colica presentano spesso un ecosistema intestinale alterato rispetto ai controlli sani. In diversi lavori sono state riportate una maggiore abbondanza di Proteobacteria, una riduzione di lattobacilli e bifidobatteri e una possibile attivazione di vie infiammatorie mucosali. In parallelo, alcuni ceppi di L. reuteri sono stati associati a una riduzione del tempo di pianto, soprattutto nei bambini allattati al seno. Rimaneva però aperta una domanda cruciale: questo beneficio clinico dipende solo da un effetto locale sul microbiota e sulla funzione intestinale o coinvolge anche un rimodellamento della risposta immune?
Per provare a rispondere, i ricercatori hanno arruolato 47 lattanti allattati al seno, di età compresa tra 10 e 60 giorni, con diagnosi di colica secondo definizione di Wessel modificata dai criteri Roma IV. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere L. reuteri LMG P-27481 oppure placebo per 30 giorni. Il trattamento consisteva in 5 gocce al giorno, corrispondenti a 5 × 10⁹ UFC.
L’endpoint clinico principale era rappresentato dall’andamento del crying/fussing quotidiano, registrato dai genitori. Accanto a questo, gli autori hanno misurato la calprotectina fecale, come indicatore di infiammazione intestinale, e hanno raccolto tamponi buccali per analizzare l’espressione di alcuni geni associati alla cosiddetta firma interferonica di tipo II. È proprio questo uno degli aspetti più originali del lavoro: anziché limitarsi all’osservazione dell’intestino, gli autori hanno cercato segni di modulazione immunitaria anche in una mucosa distante, quella orale, ipotizzando che l’intervento probiotico possa riflettersi in modo più ampio sul sistema immunitario delle mucose.
I geni valutati comprendevano CXCL9, CXCL10, IDO1, STAT1 e HLA-DRA, tutti coinvolti, con ruoli diversi, nella regolazione della risposta immunitaria. L’idea di fondo era verificare se il trattamento fosse associato a un profilo molecolare coerente con una risposta regolatoria o tollerogenica, e non semplicemente a una soppressione aspecifica dei sintomi.
Risultati clinici incoraggianti
Sul piano clinico, i risultati sono apparsi incoraggianti. Nel gruppo trattato con L. reuteri LMG P-27481, il tempo medio giornaliero di pianto e agitazione è passato da 239 minuti al baseline a 106 minuti dopo 30 giorni, con una riduzione statisticamente significativa. Nel gruppo placebo, invece, il cambiamento è stato minimo, con valori che passavano da 237 a 233 minuti al giorno. Anche il confronto finale tra i due gruppi è risultato significativo, suggerendo che il miglioramento osservato non sia attribuibile soltanto alla naturale evoluzione della condizione.
A questo dato si è accompagnata una modifica di un biomarcatore intestinale rilevante. Nei lattanti trattati con il probiotico, la calprotectina fecale si è ridotta in media da 262,40 a 155,86 μg/g, mentre nel gruppo placebo non è emersa una diminuzione significativa. Il dato è interessante perché rafforza l’ipotesi di una componente infiammatoria di basso grado nelle coliche infantili e suggerisce che un intervento mirato sul microbiota possa avere effetti anche sul tono infiammatorio della mucosa intestinale.
L’aspetto più innovativo del lavoro riguarda però la risposta immunitaria mucosale. La firma interferonica di tipo II considerata nel suo insieme non ha mostrato variazioni significative dopo il trattamento. Tuttavia, l’analisi dei singoli geni ha evidenziato un aumento significativo nell’espressione di IDO1, CXCL9 e HLA-DRA nei lattanti che avevano ricevuto L. reuteri LMG P-27481. Al contrario, IFN-γ, CXCL10 e STAT1 non hanno mostrato differenze rilevanti, e nel gruppo placebo non sono emerse modificazioni significative.
Meccanismi biologici
Questo pattern ha spinto gli autori a una lettura biologica più articolata. In particolare, IDO1 è considerato un enzima chiave nei circuiti di tolleranza immunitaria. Attraverso il metabolismo del triptofano, può contribuire a creare un microambiente meno reattivo e più orientato alla regolazione della risposta immune. CXCL9, pur essendo tradizionalmente associato al reclutamento di cellule immunitarie, viene interpretato qui nel contesto di una riorganizzazione della sorveglianza mucosale piuttosto che di una semplice attivazione pro-infiammatoria. HLA-DRA, infine, suggerisce una modulazione dei processi di presentazione dell’antigene, con possibili ricadute sulla qualità della risposta immunitaria locale.
Secondo gli autori, la chiave interpretativa è proprio la coerenza tra questi segnali molecolari e gli esiti clinici. Se l’aumento di tali marcatori riflettesse una pura attivazione infiammatoria, ci si aspetterebbe un peggioramento del quadro sintomatologico o almeno un mancato beneficio. Invece si osservano meno pianto, minore calprotectina fecale e una modulazione selettiva di geni coinvolti anche nei circuiti di tolleranza. Da qui l’ipotesi che il ceppo studiato possa favorire una restaurazione dell’omeostasi mucosale, più che una generica stimolazione immunitaria.
Conclusioni
Per il clinico, il lavoro offre almeno due spunti di rilievo. Il primo è che la colica del lattante potrebbe essere letta sempre meno come una condizione monofattoriale e sempre più come una sindrome in cui segnali microbici, barriera epiteliale e risposta immunitaria si influenzano reciprocamente. Il secondo è che, anche nel campo dei probiotici pediatrici, la questione della specificità di ceppo resta centrale. I risultati osservati in questo studio riguardano L. reuteri LMG P-27481 e non possono essere estesi automaticamente ad altri ceppi della stessa specie o ad altri probiotici.
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