IBS, disbiosi e probiotici: perché il ceppo fa la differenza

Durante il congresso IBS DAYS, che si è tenuto a Bologna, Microbioma.it ha chiesto a Simone Guglielmetti, microbiologo dell’Università Bicocca di Milano, di spiegarci l’importanza della ceppo specificità nell’ambito dei trattamenti biotici dell’IBS.

La disbiosi intestinale, racconta Gugliemetti nell’intervista, è un concetto spesso utilizzato in modo generico, ma nell’ambito della sindrome dell’intestino irritabile può assumere un significato più preciso, almeno in alcuni sottogruppi di pazienti. Le alterazioni del microbiota, più che riguardare singoli gruppi batterici, sembrano coinvolgere soprattutto il profilo metabolico, con possibili ricadute sulla permeabilità intestinale, sull’attivazione immunitaria e sull’ipersensibilità viscerale.

In questo contesto, i probiotici rappresentano una categoria estremamente eterogenea, in cui la ceppo-specificità è un elemento decisivo. Non tutti i batteri appartenenti alla stessa specie hanno infatti le stesse proprietà biologiche né gli stessi effetti clinici. Un esempio è Bifidobacterium longum 35624, caratterizzato da una regione genica unica responsabile della sintesi di uno specifico esopolisaccaride. Proprio questa struttura di superficie sembra contribuire alla sua attività immunomodulatoria, favorendo un riequilibrio tra citochine regolatorie e pro-infiammatorie, con un potenziale interesse nella gestione dell’IBS.

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