Livelli elevati di acido urico si riscontrano spesso nelle persone affette da obesità o da altre patologie metaboliche. Una nuova ricerca condotta sui topi dimostra che l’acido urico prodotto dal fegato favorisce lo sviluppo dell’obesità alterando una via metabolica batterica intestinale che normalmente contribuisce a limitare l’assorbimento dei grassi nell’intestino.
I risultati, pubblicati su Cell Host & Microbe, suggeriscono dunque che la riduzione dell’acido urico potrebbe rappresentare una nuova strategia per il trattamento dell’obesità e delle patologie metaboliche correlate. Saranno però necessari ulteriori studi per confermare questi dati anche nell’uomo.
Precedenti ricerche hanno dimostrato un’associazione tra l’iperuricemia e diverse patologie metaboliche, ma non è stato ancora dimostrato se sia l’acido urico a contribuire allo sviluppo di queste condizioni o se i suoi livelli aumentino a causa di esse. Inoltre, non è stato ancora chiarito se l’acido urico sia in grado di agire direttamente su specifici batteri intestinali causando un maggiore assorbimento dei grassi alimentari e favorendo così lo sviluppo dell’obesità.
Per rispondere a queste domande i ricercatori guidati da Cheng Tian della Chinese Academy of Sciences di Shanghai, in Cina, hanno combinato dati clinici ottenuti nell’uomo ed esperimenti sui topi per verificare se l’acido urico contribuisca all’obesità.
Salute metabolica
I ricercatori hanno scoperto che le persone con livelli più elevati di acido urico nel sangue tendevano ad avere un indice di massa corporea più alto e livelli maggiori di trigliceridi. Nelle persone in sovrappeso o obese, livelli più elevati di acido urico sono risultati associati a livelli inferiori di grasso residuo nelle feci, suggerendo un maggiore assorbimento dei grassi alimentari attraverso l’intestino.
Il team ha quindi cercato geni correlati ai livelli di acido urico e ha identificato il gene che codifica per la proteina TIP60 come un forte candidato. Nei topi, la rimozione di TIP60 dalle cellule epatiche ha ridotto i livelli di acido urico e l’espressione dei geni coinvolti nella sua produzione. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che TIP60 sembra contribuire ad attivare questi geni.
È stato poi osservato che i topi privi di TIP60 nel fegato, alimentati con una dieta ricca di grassi, erano caratterizzati da un minore aumento di peso, da livelli minori di grasso corporeo, da una forma più lieve di steatosi epatica e da valori della glicemia migliori. Al contrario, il ripristino dei livelli di acido urico ha portato alla scomparsa di questi effetti protettivi. Anche il trasferimento di microbi intestinali da topi privi di TIP60 ha ridotto l’assorbimento di grassi e migliorato la salute metabolica.
Regolazione dell’obesità
Ulteriori esperimenti hanno dimostrato che l’acido urico agisce inibendo la crescita di Lactobacillus johnsonii, un batterio intestinale che produce acido fenillattico, una molecola che in genere limita l’assorbimento intestinale di grassi. La somministrazione di L. johnsonii ai topi ha ridotto l’aumento di peso e diminuito l’assorbimento intestinale di grassi.
Anche la riduzione dei livelli di TIP60 nel fegato di topi obesi ha ridotto l’assorbimento intestinale di grassi, oltre a ridurre i livelli di acido urico, ad aumentare l’abbondanza di L. johnsonii, a migliorare la glicemia e a ridurre la steatosi epatica.
«Nel complesso, il nostro studio ridefinisce il ruolo dell’acido urico, trasformandolo da prodotto di scarto metabolico a regolatore centrale in un circuito di interazione ospite-microbo precedentemente sconosciuto, fondamentale per la patogenesi dell’obesità. Sebbene i risultati debbano essere ancora confermati nell’uomo, lo studio suggerisce che intervenire sulla proteina TIP60 epatica potrebbe rappresentare una possibile strategia per il trattamento sia dell’iperuricemia sia dell’obesità» concludono i ricercatori.
