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Cani con IBD idiopatica e diarrea cronica: primo studio sul microbiota intestinale

Differenze su singoli taxa batterici caratterizzano gli esemplari di cane con “diarrea cibo-responsiva” rispetto a quelli con diagnosi di “sindrome infiammatoria intestinale idiopatica”
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Cani con IBD idiopatica e diarrea cronica: primo studio sul microbiota intestinale

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Stato dell'arte
Diarrea cibo-responsiva e sindrome infiammatoria intestinale idiopatica rientrano tra le enteropatie croniche, disturbi comuni tra i cani. Le loro cause rimangono ancora incerte e poca attenzione è stata riservata alla componente batterica.
Cosa aggiunge questa ricerca
Alcune differenze di abbondanza riferite a singoli taxa batterici caratterizzano gli esemplari del gruppo diarrea cibo-responsiva rispetto a quelli con diagnosi di sindrome infiammatoria intestinale idiopatica e, all’interno degli stessi, tra prima e dopo il trattamento.
Conclusioni
Considerando come questi dati siano preliminari, ulteriori approfondimenti saranno necessari al fine di indagare meglio il ruolo delle specie batteriche che hanno mostrato alterazioni fra i due gruppi con la possibilità di individuare nuovi target terapeutici.

In questo articolo

Alcune differenze di abbondanza riferite a singoli taxa batterici caratterizzano gli esemplari di cane con “diarrea cibo-responsiva” rispetto a quelli con diagnosi di “sindrome infiammatoria intestinale idiopatica” e, all’interno degli stessi, tra prima e dopo il trattamento.

È quanto dimostra lo studio coordinato da K. Kalenyak e pubblicato su FEMS Microbiology Ecology.

Le enteropatie croniche sono un gruppo di disordini comuni nei cani e caratterizzate da sintomi clinici tipici delle patologie gastrointestinali come ad esempio vomito, diarrea, perdita di peso. In base alla risposta o meno al trattamento si classificano in “diarrea cibo-responsiva” (FRD), “diarrea antibiotico-responsiva” (ARD) o “sindrome infiammatoria intestinale idiopatica” (IBD). Nel primo caso i disturbi di risolvono con un cambio di dieta, nel secondo con una variazione di antibiotico mentre nel terzo, il più severo, il trattamento prevede dapprima un cambio di regime alimentare e, se questo non fosse sufficiente, la somministrazione di steroidi (prednisolone) e, come ultimo passaggio se anche gli steroidi non avessero effetto, quella di ciclosporina o altri immunosoppressivi.

L’eziopatogenesi delle enteropatie croniche rimane incerta. Tra le cause più probabili troviamo la predisposizione genetica, polimorfismi, dieta, fattori ambientali e, di recente introduzione, il microbiota intestinale. Infatti, diversi studi infatti dimostrano come la disbiosi sia una caratteristica soprattutto dei cani con IBD nonostante non ci siano ancora dati disponibili sulla composizione del microbiota della mucosa di duodeno e colon prima e dopo il trattamento. Scarse sono anche le informazioni relative a possibili differenze batteriche tra uno e l’altro sottogruppo di enteropatie croniche.

A tal proposito, i ricercatori hanno dunque voluto confrontare il microbiota della mucosa duodenale e del colon di cani con IBD vs cani con FRD e valutare gli effetti del trattamento in entrambe le situazioni.

Sono state dunque raccolte le biopsie intestinali di 24 cani adulti e valutata la severità della patologia attraverso l’indice CCECAI (canine chronic enteropathy clinical activity) basato prevalentemente su gastroduodenoscopie e colonscopie. In seguito alla diagnosi, ciascun esemplare è stato trattato per 14 giorni con uno specifico regime alimentare (riso e merluzzo). Se i segni clinici del disturbo andavano migliorando solamente con il cambio di dieta, il cane veniva assegnato al gruppo FRD, altrimenti si procedeva con gli step previsti per la cura dell’IBD. La valutazione dell’impatto dei trattamenti è stata eseguita con la ripetizione dell’indice CCECAI e degli esami diagnostici a 4 settimane dal cambio di dieta per il gruppo FRD, a 10 dall’inizio del prednisolone per il corrispettivo.

Di seguito i risultati ottenuti.

  • Dei 24 esemplari inclusi nello studio, 15 sono stati inseriti nel gruppo FRD in quanto hanno dato pronta risposta al cambiamento di dieta, mentre i restanti 9 in quello IBD
  • Dall’analisi di alpha diversity descritta in termini di ricchezza batterica, indice di Chao1 e di Shannon, non è emersa alcuna differenza significativa tra i due gruppi né, all’interno dello stesso gruppo tra prima e dopo il trattamento, né tra colon e duodeno
  • Le analisi PCoA (principal coordinate analysis) complessivamente non hanno evidenziato alcune sostanziali differenze tra le comunità batteriche dei due gruppi né tra colon e duodeno. Risultati confermati dal test ANOSIM.
  • L’analisi LefSe ha tuttavia sottolineato differenze tra i due gruppi in termini di abbondanza relative a singoli taxa. Nel dettaglio:
    • Mycoplasmataceae, Microbacteriaceae, un non classificato Rhizobiales sono le famiglie e i generi più abbondanti nel duodeno di cani con IBD
    • Il genere Bilophila ha mostrato elevata presenza nella mucosa duodenale del gruppo FRD mentre i generi Carnobacterium, Burkholderia, un non classificato Helicobacteraceae e un non classificato Coriobacteriaceae invece a livello del colon
  • LefSe ha permesso di riscontrare differenze di taxa anche prima e dopo del trattamento all’interno dello stesso gruppo:
    • Nel gruppo FRD i generi Enterococcus, Corynebacterium e Delftia hanno mostrato di essere più abbondanti nel duodeno prima del trattamento mentre Comamonas in seguito.

A livello di colon invece, Carnobacterium e Burkholderia hanno presentato maggiore espressione prima del trattamento, Bacteroides, Gemella e Peptococcus dopo

  • Nel gruppo IBD, un genere non classificato della famiglia delle Neisseriaceae è stato riscontrato più abbondante nel duodeno prima del trattamento mentre un genere non classificato di Bradyrhizobiaceae dopo.

Per quanto riguarda il colon, le famiglie Planococcaeae e Oxalobacteraceae e i generi Citrobacter, Burkholderia e uno non classificato di Oxalobacteraceae hanno mostrato valori più elevati prima dei trattamenti, il genere Bacteroides invece dopo

In conclusione dunque, sulla base di questo studio primo nel suo genere, possiamo affermare che:

  • Nel complesso non ci sono differenze significative tra gli esemplari con FRD e IBD in termini di ricchezza batterica
  • Diversi taxa batterici, appartenenti soprattutto al phylum Proteobacteria, hanno dimostrato notevoli differenze di abbondanza tra i due gruppi
  • Il trattamento comporta l’alterazione dell’espressione di certi taxa sia a livello di duodeno che del colon

Lo studio presenta però alcune limitazioni fra le quali la mancanza di un gruppo di controllo, il ristretto numero di esemplari coinvolti, il corto periodo di osservazione e le differenti tempistiche di rivalutazione.

Ulteriori e più ampi studi sono quindi necessari al fine di indagare meglio l’importanza dei taxa batterici che hanno mostrato differenze di abbondanza tra i due gruppi considerando come, suggeriscono gli autori, i Bacteroides possano essere un potenziale marcatore di risposta al trattamento.

 

Silvia Radrezza
Laureata in Farmacia presso l’Univ. degli Studi di Ferrara, consegue un Master di 1° livello in Ricerca Clinica all’ Univ. degli Studi di Milano. Borsista all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS dal 2017 al 2018, è ora post-doc presso Max Planck Institute of Molecular Cell Biology and Genetics a Dresda (Germania).

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