Esame del microbiota: a cosa serve e quando chiederlo?

27 Novembre 2018

Il microbiota intestinale è l’insieme dei microorganismi che risiede nel nostro tratto gastrointestinale presentando caratteristiche di unicità per ogni individuo. Il patrimonio genetico che esso esprime è molto più vasto di quello umano risultando indispensabile nel mantenimento della nostra salute attraverso l’esercizio di funzioni fisiologiche e metaboliche che altrimenti non saremmo in grado di svolgere in autonomia. Tra queste troviamo ad esempio la digestione degli alimenti, la produzione di metaboliti e il controllo del corretto funzionamento del sistema immunitario.

Conoscere la composizione e lo stato di benessere del nostro microbiota ci permette di giocare d’anticipo per preservarne l’equilibrio o correggere eventuali condizioni di disordine (disbiosi). Un microbiota sano infatti è in grado di proteggerci o di ridurre notevolmente il rischio di molteplici patologie come ad esempio obesità, diabete di tipo 2, sindrome metabolica, malattie infiammatorie intestinali o a carico dell’apparato muscolo-scheletrico, allergie. Di contro, una sua alterazione può favorirne il rischio di sviluppo.

Con l’avvento di tecniche molecolari avanzate e di analisi sempre più sofisticate, già da qualche anno si è in grado di andare a caratterizzare nel dettaglio la componente microbica andando a ottenere dati di composizione e funzionalità attraverso appunto l’“Esame del microbiota”.

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Medico e test del microbiota intestinale

Quando è più consigliato fare l’esame del microbiota intestinale

Sebbene possa esser fatto in tutte le fasi della vita per controllare lo stato di benessere del microbiota, il medico potrebbe indicare di eseguire il test in particolare nelle seguenti situazioni:

  • Insorgenza e/o persistenza di sintomi intestinali o urogenitali di lieve o moderata entità (coliti, diarree ricorrenti, stipsi, cistiti, uretriti ecc.) nell’ottica di prevenire il decorso in eventuali patologie vere e proprie
  • Sovrappeso e obesità per integrare piani nutrizionali mirati a un sano controllo del peso
  • Infanzia e vecchiaia per favorire una corretta maturazione batterica nel primo caso e limitare gli effetti tipici dell’invecchiamento quali depressione immunitaria e l’instaurarsi di processi infiammatori nel secondo
  • Gravidanza e allattamento per sostenere lo sviluppo microbico del neonato
  • Nelle fasi iniziali della menopausa per affrontare meglio i cambiamenti metabolici e ormonali
  • Necessità nutrizionali specifiche. Per chi pratica ad esempio un’attività sportiva particolarmente intensa o a livello agonistico può essere importante conoscere il livello di efficienza metabolica del proprio microbiota anche per migliorare le performance adottando un regime alimentare personalizzato

Cosa analizza il test del microbiota

È possibile analizzare diversi parametri anche se gli aspetti maggiormente considerati e approfonditi sono:

  • Parametri di base ovvero l’indice di biodiversità (alpha-diversity) e l’eventuale grado di disbiosi dell’ecosistema intestinale. Di norma, un microbiota sano è caratterizzato da un alto livello di diversificazione tassonomica
  • Analisi descrittiva dell’abbondanza relativa delle famiglie batteriche presenti nel campione
  • Analisi delle principali classi funzionali per determinare il grado di efficienza metabolica ovvero la capacità del microbiota di produrre composti rilevanti per la salute umana. Tra le attività e i metaboliti principalmente valutati troviamo:
    • Attività proteolitica che consente di degradare le proteine animali; una sua iper-espressione compromette il metabolismo energetico attraverso la produzione di composti bioattivi
    • Attività mucolitica importante per garantire il rinnovamento dello strato mucosale ma che, se eccessivamente stimolata, può portare anche al danneggiamento della mucosa stessa.
    • Acidi grassi a catena corta o SCFAs (propionato, butirrato, acetato), importanti per il corretto funzionamento del sistema immunitario, del metabolismo energetico e per l’integrità della barriera intestinale
    • Lattato per il controllo del pH del lume intestinale
    • Acido solfidrico in quanto una sua eccessiva produzione promuove l’infiammazione e la permeabilità intestinale con conseguente diffusione batterica nel circolo sistemico
    • Lipopolisaccaride batterico, un’endotossina importante per la giusta stimolazione del sistema immunitario ma che se prodotta in quantità elevate può portare a diverse patologie anche autoimmuni
  • Valutazione della presenza di gruppi batteri potenzialmente patogeni (Clostridium perfringens, Salmonella, Clostridium difficile ecc.). Anche se presenti in bassissime concentrazioni infatti possono, proliferando in poco tempo, dar luogo a diverse patologie o stati infettivi anche clinicamente rilevanti
  • Analisi delle funzioni fisiologiche espresse in “indici” calcolati in base all’abbondanza relativa delle specie coinvolte in quella funzione. Nel dettaglio:
    • Immunomodulazione: indica la capacità del microbiota di sostenere correttamente il sistema immunitario in base all’espressione di batteri immunomodulanti
    • Regolazione delle attività cognitive ed emotive: considerando l’ormai comprovata esistenza dell’asse intestino-cervello, è valutata la presenza di batteri in grado di produrre metaboliti in grado di regolare lo stato di stress, ansia, depressione come ad esempio la serotonina
    • Capacità di resistenza ai patogeni: detto anche effetto barriera, esprime il grado con cui il microbiota è in grado di reprimere o ostacolare la colonizzazione e la proliferazione di microorganismi potenzialmente dannosi
    • Potenzialità nel favorire lo sviluppo di patologie infiammatorie intestinali, metaboliche, cardiovascolari o disordini legati all’invecchiamento. Numerosi studi hanno finora dimostrato come una disbiosi batterica sia coinvolta nell’instaurarsi di questi quadri clinici. Conoscere l’eventuale concentrazione dei ceppi predisponenti può essere utile anche in fase di prevenzione
    • Condizionamento della permeabilità intestinale. Come anticipato, alcuni batteri attraverso la produzione di specifici metaboliti portano benefici all’epitelio intestinale, altri invece ne minano l’integrità e quindi la corretta funzionalità con possibili conseguenze a livello sistemico

Come si esegue

La procedura è piuttosto semplice. Viene fornito un kit per il prelievo di un campione fecale che può essere conservato fino a 4 settimane a temperatura ambiente. In questo modo viene garantita la stabilità del campione dal momento della raccolta fino alla spedizione al laboratorio specializzato. Il campione viene poi analizzato attraverso tecniche all’avanguardia di sequenziamento massivo (Next Generation Sequencing)  che permettono, attraverso l’elaborazione bioinformatica e statistica dei dati, l’identificazione di tutta la componente batterica presente. Infine, sulla base delle abbondanze relative ottenute si restituisce un quadro completo e fruibile di come l’ecosistema microbico possa impattare la fisiologia dell’ospite applicando un metodo di interpretazione funzionale brevettato. Il referto è di norma disponibile entro 30/40 giorni.

Cosa mi devo aspettare

L’esame del microbiota permette di avere la “carta d’identità” della nostra componente batterica andandone ad analizzare complessivamente il suo stato di equilibrio e funzionalità.

In base ai risultati ottenuti, rigorosamente dietro consulto di un professionista di riferimento, sarà infatti possibile, se necessario, adottare le giuste strategie correttive basate principalmente sulla sana alimentazione e sull’eventuale integrazione con probiotici e/o prebiotici in base alle singole esigenze, anche in un’ottica di prevenzione.

L’importanza del medico e dello specialista

È fondamentale ricordare che i risultati del test del microbiota non vanno considerati come una diagnosi di patologia nel caso in cui si evidenzino stati non fisiologici.

L’esame del microbioma infatti ha il solo scopo di fornire indicazioni sullo stato di salute del microbiota intestinale al medico curante o allo specialista i quali, conoscendo anche la storia clinica del paziente, andranno ad eseguire la diagnosi vera e propria e a prescrivere il giusto intervento alimentare e/o terapeutico in base alle esigenze del singolo.

Una volta ritirato il referto, è perciò raccomandato di evitare il “fai da te” apportando ad esempio modifiche alle proprie abitudini alimentari o al proprio piano di cura farmacologica senza aver prima consultato un professionista qualificato nella lettura di questi risultati.

Contenuto realizzato con il contributo di WellMicro®

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