Durante il congresso IBSDAYS, che si è tenuto a Bologna, Microbioma.it ha chiesto a Loris Lopetuso, gastroenterologo del policlinico A. Gemelli di Roma, di spiegarci in che modo il microbiota intestinale rappresenta oggi un possibile target nella gestione della sindrome dell’intestino irritabile.
Secondo Lopetuso la modulazione del microbiota è possibile, ma non può ancora essere considerata pienamente mirata o personalizzata sulla base di una singola “firma” microbica della malattia. Le evidenze disponibili indicano infatti che nei pazienti con IBS non esiste un profilo microbiotico univoco, ma confermano il ruolo centrale dell’ecosistema intestinale come regolatore di molte alterazioni coinvolte nella fisiopatologia del disturbo, in particolare a livello della barriera gastrointestinale.
Lopetuso sottolinea l’importanza di scegliere i probiotici non come categoria generica, ma sulla base del razionale biologico, del meccanismo d’azione del singolo ceppo e delle evidenze cliniche disponibili. Per un impiego realmente fondato sulla medicina basata sull’evidenza, è necessario valutare studi condotti in pazienti con IBS, con outcome clinici definiti, dosaggio, durata del trattamento e profilo di sicurezza.
Particolare attenzione è dedicata ai probiotici monoceppo, che consentono di attribuire con maggiore precisione l’effetto clinico a uno specifico microrganismo, rispetto ai multiceppo, nei quali le interazioni tra ceppi possono rendere più complessa l’interpretazione dei risultati. La valutazione dell’efficacia dovrebbe includere sintomi globali, dolore addominale, gonfiore, bloating, distensione, alterazioni dell’alvo e qualità di vita, considerando anche il possibile impatto sull’interazione intestino-cervello e sul tono dell’umore.
La durata del trattamento è un altro elemento decisivo: gli studi clinici suggeriscono periodi non inferiori a quattro settimane, con protocolli che possono arrivare fino a dodici settimane e con risposte più solide e durature quando il trattamento viene proseguito per un tempo adeguato. Nell’IBS, dunque, la scelta del probiotico dovrebbe essere sempre ceppo-specifica, guidata dai sintomi del paziente, dal meccanismo d’azione noto e dalla qualità delle evidenze disponibili.








