Il microbiota intestinale si evolve nel corso della vita: nei neonati la sua composizione cambia dopo lo svezzamento e si diversifica con l’introduzione di cibi solidi, per poi stabilizzarsi nella prima età adulta e acquisire una diversità ridotta dopo i 65 anni. L’evoluzione del microbiota è stata correlata a varie condizioni nelle diverse fasi della vita e può influenzare l’invecchiamento.
In una revisione pubblicata su Gut Microbes, Evan Bradley e John Haran della UMass Chan Medical School di Worcester, Massachusetts, individuano i fattori che influenzano il microbiota intestinale ed esplorano la sua associazione con le condizioni di salute che possono svilupparsi nelle diverse fasi della vita.
Dalla nascita alla terza età
Il microbiota intestinale inizia a svilupparsi prima della nascita attraverso l’esposizione ai metaboliti microbici materni. Alla nascita, la modalità di parto può influenzare il trasferimento iniziale di microbi intestinali dalla madre al bambino: è stato infatti dimostrato che i neonati nati da parto cesareo hanno un microbiota alterato, la cui composizione è stata correlata a un rischio più elevato di asma, diabete di tipo 1 e altre condizioni autoimmuni.
Anche la modalità di alimentazione può modellare il microbiota di un neonato: i bambini allattati al seno mostrano livelli più elevati di batteri benefici come Bifidobacterium.
Inoltre, è stato osservato che l’introduzione di cibi solidi e fattori ambientali, come la presenza di fratelli e animali domestici, influenzano la composizione del microbiota, e che l’esposizione agli antibiotici e una dieta povera possono ridurre la diversità del microbiota, aumentando la suscettibilità alle malattie infiammatorie intestinali.
Il microbiota adulto è in genere stabile, ma la dieta e l’attività fisica possono modificarne la composizione: gli individui attivi mostrano una maggiore diversità e livelli superiori di batteri benefici.
Microbi come Christensenellaceae e Faecalibacterium prausnitzii sono stati associati a buone condizioni di salute e sembrano proteggere contro l’obesità, il diabete di tipo 2 e altre condizioni.
Infine, gli anziani. Tendono ad avere una minore diversità del microbiota e livelli più elevati di Bacteroidetes rispetto agli individui più giovani. Gli anziani sani spesso mantengono un microbiota diversificato simile a quello delle persone più giovani; inoltre, microbi come Akkermansia e Christensenellaceae sono stati associati a un invecchiamento sano.
Microbioma e infiammazione
I cambiamenti che avvengono nel microbioma degli anziani influenzano i processi biologici attraverso lo sviluppo di un’infiammazione cronica di basso grado, che è stata associata a malattie cardiovascolari, sindrome metabolica e malattia renale cronica.
L’infiammazione può anche promuovere la crescita di batteri come Escherichia e Klebsiella, che possono esacerbare l’infiammazione.
Inoltre, alcuni studi hanno identificato firme microbiche associate a molecole infiammatorie e metaboliti antinfiammatori.
Ad esempio, una diminuzione dei batteri che producono acidi grassi a catena corta è stata collegata a una maggiore permeabilità intestinale e all’infiammazione, mentre l’abbondanza di Akkermansia è stata associata a livelli più alti di molecole infiammatorie nel sangue.
Il metabolismo microbico delle sostanze che si assumono con la dieta influisce anche sul rischio di sviluppare condizioni legate all’età: alcuni metaboliti sono stati associati per esempio al declino cognitivo e alle malattie cardiovascolari.
Asse microbioma-intestino-cervello
È stato dimostrato che l’asse microbioma-intestino-cervello svolge un ruolo nei disturbi neurodegenerativi. Ad esempio, la malattia di Alzheimer è associata a differenze nella composizione del microbiota intestinale e a infezioni che possono scatenare l’infiammazione cerebrale.
La connessione tra microbi intestinali e invecchiamento sano suggerisce che il microbiota potrebbe rappresentare un bersaglio terapeutico, ma gli studi clinici condotti in merito hanno prodotto risultati contrastanti.
Gli interventi dietetici, così come i probiotici e i prebiotici, sono risultati in grado di produrre cambiamenti positivi nei livelli di alcuni biomarcatori e nelle caratteristiche microbiche, ma i loro effetti su condizioni come la demenza sembrano essere limitati.
«Comprendere come i microbi intestinali influenzano i processi biologici correlati all’invecchiamento potrebbe quindi favorire lo sviluppo di interventi volti a ottimizzare la composizione del microbiota per promuovere la longevità» concludono gli autori dello studio.
