La placenta è davvero sterile? Studio esclude presenza di un microbioma

29 Novembre 2018 / di Giorgia Guglielmi

Università della Pennsylvania School of Medicine, Philadelphia (studio originale)

Stato dell’arte
Gli scienziati hanno a lungo sostenuto che l’utero umano fosse sterile, ma studi recenti suggeriscono che la placenta sia colonizzata da batteri. Tuttavia, l’ipotesi dell’utero sterile è supportata dal fatto che mammiferi germ-free possono nascere in isolatori sterili, nonché da una ricerca che non ha mostrato alcuna differenza in termini di abbondanza microbica tra i controlli negativi di fondo e i campioni di placenta.
Cosa aggiunge questa ricerca
Per indagare ulteriormente se la placenta umana sia sterile e valutare se la colonizzazione batterica della placenta sia associata alla nascita pretermine, i ricercatori hanno analizzato alcuni campioni di placenta ottenuti da gravidanze a termine e pretermine. Gli studiosi hanno riscontrato bassi livelli batterici in tutti i campioni di placenta e l’analisi del sequenziamento del DNA ha rivelato che i batteri trovati nei campioni di placenta sono indistinguibili da quelli riscontrati nei controlli negativi.
Conclusioni
I risultati suggeriscono che la placenta umana, ottenuta da parti a termine o pretermine, non è colonizzata da un microbiota specifico e consistente.

La placenta umana potrebbe essere sterile, dopo tutto. Questa è la conclusione di uno studio condotto da Jacob Leiby presso l’Università della Pennsylvania School of Medicine, Philadelphia. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Microbiome.

Gli scienziati hanno a lungo pensato che l’utero umano, in gravidanze portate a termine senza problemi, fosse sterile, ma studi recenti hanno suggerito che la placenta possa avere un suo microbiota. Tuttavia, mammiferi germ-free possono essere fatti nascere in isolatori sterili, e questo sosterrebbe l’ipotesi che l’utero sia effettivamente sterile. Inoltre, ricerche precedenti, svolte dallo stesso gruppo presso la School of Medicine della University of Pennsylvania, non hanno rilevato alcuna differenza, in termini di abbondanza microbica, tra controlli negativi di fondo e campioni di placenta.

Per indagare ulteriormente l’ipotesi dell’utero sterile e valutare se la colonizzazione batterica della placenta umana possa essere associata alla nascita pretermine, i ricercatori hanno analizzato 20 campioni di placenta ottenuti da parti a termine e 20 da parti pretermine.

Il team ha utilizzato campioni di saliva e liquido vaginale delle madri come controlli positivi, poiché questi siti sono noti per essere colonizzati da diverse comunità microbiche. Come controlli negativi, hanno usato tamponi sventolati all’aria in laboratorio, così come tubi vuoti e acqua per PCR che sono stati processati in parallelo con i campioni in varie fasi dell’analisi.

Analisi dell’abbondanza batterica

I ricercatori hanno utilizzato il qPCR del gene rRNA 16S per determinare i livelli assoluti di DNA batterico nei campioni di placenta, nei campioni vaginali e orali (controlli positivi) e nei controlli negativi. I campioni vaginali e orali contenevano concentrazioni significativamente più elevate di DNA batterico rispetto ai campioni di placenta, mentre i due controlli negativi che contenevano la più bassa concentrazione di DNA batterico, non erano significativamente diversi dai campioni di placenta.

I ricercatori inoltre non hanno riscontrato differenze significative tra i campioni di placenta ottenuti dai parti a termine e da quelli pretermine.

Analisi del DNA batterico

Successivamente, i ricercatori hanno utilizzato il sequenziamento del gene rRNA 16S per analizzare le comunità batteriche presenti nei diversi campioni. I campioni vaginali e orali contenevano alte percentuali di batteri che sono noti per essere associati a questi siti, tra cui Ureaplasma, Lactobacillus, Neisseria, Streptococco e Prevotella. I campioni ottenuti da placenta e i controlli negativi contenevano alte percentuali di batteri solitamente associati a contaminanti di reagenti, come Ralstonia e Pseudomonas.

Diversi batteri trovati nei campioni vaginali, tra cui Ureaplasma e Lactobacillus, sono stati rilevati in alcuni campioni di placenta. Ulteriori analisi hanno dimostrato che questi campioni derivavano da parti vaginali e non da parti cesarei.

Complessivamente, i ricercatori non hanno rilevato differenze significative tra i campioni di placenta, indipendentemente dal tipo di parto.

Analisi del contenuto di DNA batterico

Per analizzare ulteriormente le comunità batteriche presenti nei campioni, il team ha utilizzato il sequenziamento metagenomico shotgun. I campioni di saliva e quelli vaginali hanno mostrato comunità batteriche attese, tra cui Prevotella e Lactobacillus rispettivamente. Il batterio più abbondante in campioni di placenta e controlli negativi si è rivelato essere il contaminante Ralstonia.

Alteromonas mediterranea e Methanosarcina mazei, altri due batteri trovati ad alte concentrazioni nei campioni di placenta, erano meno abbondanti nei controlli negativi. Tuttavia, questi batteri sembrano essere associati alla procedura di preparazione, piuttosto che naturalmente presenti nei campioni.

I ricercatori inoltre non hanno rilevato differenze nei campioni di placenta ottenuti da parti vaginali e da parti cesarei, tra il lato fetale e il lato materno della placenta e tra le placente normali e quelle di casi con infezione di amnion e corion.

In sintesi, lo studio non ha rilevato alcuna evidenza di un microbiota di placenta umana in campioni ottenuti da nascite pretermine e a termine. I campioni di placenta sono indistinguibili dai controlli negativi e tutti i batteri rilevati sembrano essere contaminanti provenienti dall’ambiente.

Traduzione dall’inglese a cura della redazione.

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