Effetti dell’industrializzazione sul microbiota dei neonati

Una nuova ricerca dimostra che la diversità del microbiota inizia precocemente nei neonati provenienti da popolazioni non industriali e potrebbe dipendere dalle madri e dall'ambiente locale.
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Stato dell’arte
Precedenti studi hanno dimostrato che gli abitanti dei Paesi industrializzati tendono ad avere un microbiota meno diversificato rispetto alle popolazioni non industriali, nelle quali non è stato però ancora studiato il processo di “costruzione” del microbiota dalla nascita in poi e il suo contributo alla composizione del microbiota nella vita adulta.

Cosa aggiunge questa ricerca
I ricercatori hanno analizzato campioni di feci di bambini del popolo Hadza, un gruppo di moderni cacciatori-raccoglitori che vivono in Tanzania, e li hanno confrontati con campioni fecali di neonati di 17 popolazioni industrializzate. Il team ha scoperto che dopo i primi 6 mesi di vita, il microbiota dei bambini che vivono nei Paesi industrializzati presenta bassi livelli di Bifidobacterium infantis, un batterio in grado di metabolizzare gli oligosaccaridi del latte umano. Inoltre, dai dati ottenuti è emerso che piú del 20% delle specie batteriche rilevate nei campioni dei bambini Hadza sono sconosciute e molte di queste non sono rilevabili nei campioni dei bambini delle aree industrializzate. Il team ha anche scoperto che i microbi associati a uno stile di vita non industriale risultano condivisi tra madri e bambini.

Conclusioni
I risultati suggeriscono che la diversità del microbiota intestinale appare fin dalle prime fasi della vita nei bambini provenienti da popolazioni non industriali e potrebbe dipendere dalle madri e dall’ambiente.

Precedenti studi hanno dimostrato che gli abitanti dei Paesi industrializzati tendono ad avere un microbiota meno diversificato rispetto alle popolazioni non industriali. Una nuova ricerca dimostra che la diversità del microbiota inizia precocemente nei neonati provenienti da popolazioni non industriali e potrebbe dipendere dalle madri e dall’ambiente locale.

I risultati, pubblicati su Science, suggeriscono che è lo stile di vita, piuttosto che la geografia, il principale motore delle differenze nel microbiota intestinale

«Questi risultati sottolineano l’importanza di studiare anche il microbiota di popolazioni che vivono al di fuori delle nazioni ricche e industrializzate», affermano i ricercatori.

Come si forma il microbiota intestinale

L’assemblaggio del microbiota a livello neonatale è stato finora studiato soltanto nei Paesi industrializzati, mentre in quelli non industrializzati non è ancora chiaro come avvenga questo processo e quale sia il suo contributo alla composizione del microbiota degli adulti.

Per colmare questa lacuna, Justin Sonnenburg della Stanford University e i suoi colleghi hanno deciso di raccogliere campioni di feci da bambini del popolo Hadza, un gruppo di moderni cacciatori-raccoglitori che vivono in Tanzania.

«Gli Hadza abitano nella boscaglia in campi seminomadi di circa 5-30 persone. I bambini vengono allevati dalla comunità intera, allattati al seno e svezzati con una dieta a base di polvere di baobab e carne premasticata a circa 2-3 anni di età», affermano gli autori.

Bifidobatteri differenti

I ricercatori hanno analizzato 62 campioni di feci di bambini del popolo Hadza e li hanno confrontati con i campioni fecali di bambini appartenenti a 17 popolazioni industrializzate.

Dai dati ottenuti è emerso che i batteri Bifidobacterium e Streptococcus tendono a dominare l’intestino dei bambini fino a 6 mesi di età in tutte le popolazioni analizzate. 

In particolare, nei primi 6 mesi, l’intestino dei bambini di popolazioni non industrializzate è dominato da Bifidobacterium infantis, un batterio in grado di metabolizzare gli oligosaccaridi del latte umano. Nei Paesi occidentali viene comunemente somministrato come integratore probiotico. 

Nei bambini provenienti da Paesi industrializzati la specie di Bifidobacterium più abbondante è risultata Bifidobacterium breve, che presenta invece una limitata capacità di metabolizzare gli oligosaccaridi del latte umano. 

Inoltre, in questi bambini, anche quelli allattati al seno, sono stati osservati livelli più bassi di geni microbici coinvolti nel metabolismo del latte umano.

Dai campioni di feci raccolti a circa 6 mesi d’età, è infine emerso che i bambini Hadza presentano una maggiore diversità del microbiota intestinale, che più del 20% delle specie batteriche rilevate sono attualmente sconosciute e che molte di queste non sono state identificate nei campioni dei bambini provenienti da aree industrializzate.

Trasmissione madre-bambino

Per valutare in che misura il microbiota venga trasmesso dalle madri ai bambini, il team ha sequenziato campioni fecali di 23 madri Hadza e dei loro figli.

Le madri Hadza tendono a trasmettere Bacteroidota e Cyanobacteria, ma non Firmicutes. Modelli simili sono stati osservati nei bambini delle aree industrializzate. 

«Questi risultati suggeriscono che l’interazione con il resto della comunità durante la crescita dei bambini e/o il microambiente in cui vivono possono favorire la condivisione microbica di gruppo», affermano i ricercatori.

I ricercatori hanno anche scoperto che i batteri Prevotella, che sono abbondanti nel microbiota dei bambini di popolazioni non industrializzate, sono più frequentemente trasmessi dalle madri Hadza ai loro bambini, mentre i Bacteroides, che sono presenti soprattutto nelle aree industrializzate, sono più comunemente trasmessi dalle madri ai loro bambini in Paesi come la Svezia.

Conclusioni

I risultati suggeriscono quindi che la trasmissione di specifici microbi intestinali potrebbe rappresentare uno dei meccanismi mediante il quale il cambiamento del microbiota si propaga nel corso delle generazioni in risposta allo stile di vita. 

«Inoltre, i dati ottenuti indicano che lo stile di vita che viene seguito durante il processo di sviluppo del microbiota intestinale potrebbe predisporre le popolazioni a malattie comuni nel mondo industrializzato, come quelle caratterizzate dall’infiammazione cronica» concludono gli autori dello studio. 

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