A causare l’artrite reumatoide potrebbe essere un batterio gengivale

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A causare l’artrite reumatoide potrebbe essere un batterio gengivale

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Stato dell’arte
LGlaesserella parasuis, agente infettivo riconosciuto finora soltanto nei suini, condivide analogie con un possibile antigene dell’artrite reumatoide.

Cosa aggiunge questo studio
Analizzando la placca dentale calcificata di esemplari museali di orsi bruni selvatici, i ricercatori hanno tracciato la storia delle comunità batteriche che vivono nella bocca degli orsi svedesi. I geni È stato approfondito il ruolo di G. parasuis nell’uomo analizzando la presenza e la relativa risposta immunitaria specifica in pazienti con e senza artrite reumatoide.

Conclusioni
Glaesserella sembra essere riconosciuta dalle stesse cellule T che aggrediscono il collagene di tipo 2 delle articolazioni dei pazienti con artrite reumatoide. Interventi mirati sulla sua eradicazione potrebbero rappresentare un’utile strategia di prevenzione della malattia.

Un aiuto nella prevenzione dell’artrite reumatoide potrebbe arrivare dal microbiota della bocca. Il batterio Glaesserella parasuis (prima noto come Haemophilus parasuis o Hps) è un noto patogeno dei suini, tuttavia alcuni recenti studi hanno dimostrato che esistono non soltanto analogie tra questo batterio e un antigene collegato all’artrite reumatoide nell’uomo, ma anche di attivare in maniera similare la risposta immunitaria mediata da cellule T con danneggiamento del collagene articolare e degenerazione della patologia. 

È quanto rivela uno studio condotta da Gabriele di Sante e colleghi dell’Università Cattolica – Fondazione Policlinico Gemelli di recente pubblicato su Frontiers in Medicine

Glaesserella parasuis e artrite reumatoide

L’artrite reumatoide è un’infiammazione cronica e progressiva delle articolazioni. La suscettibilità alla malattia è principalmente su base genetica e auto-immune. 

Anticorpi diretti contro proteine quali vimentina, collagene di tipo 2 ecc. sono prodotti dall’ospite e vanno ad attaccare e alterare la normale struttura cellulare scatenando l’infiammazione. 

L’autoantigene Coll 261−273 ha però dimostrato analogie con ceppi batterici spesso riscontrati nell’uomo tra i quali Glaesserella parasuis, noto patogeno pro-artritico, ma solo (fino ad ora) individuato nei suini. 

Il consumo di carne appartenente ad animali infetti ha fatto però registrare un aumento di casi anche nei consumatori. E questo dato ha gettato nuova luce su un suo possibile coinvolgimento anche nell’uomo. 

I risultati dello studio italiano

Al fine di approfondire questa eventuale relazione, i ricercatori hanno quindi confrontato la presenza di G. parasuis nel fluido cerebrospinale e sinoviale, crevicolare (gengivale) e nei tessuti cerebrali di pazienti con diagnosi di artrite reumatoide (RA, n=47), artrite infiammatoria periferica indifferenziata (UPIA, n=22) vs controlli sani (n=31). 

A ciò è stato poi associato il monitoraggio della risposta immunitaria anti Coll 261−273. Di seguito i principali risultati. 

Valutando la presenza di Hps in base alla condizione clinica, DNA batterico è stato registrato a livello del liquido crevicolare nel 57,4% dei pazienti con RA e 31,6% dei controlli. Risposta anticorpale anti-Hps mediata da IgM e IgG correlabile invece con età e durata della malattia. In particolare:

  • nel gruppo RA i livelli medi di IgG anti-Hps sono risultati significativamente maggiori rispetto ai controlli
  • i livelli di IgM specifiche hanno registrato un aumento proporzionale alla durata e alla fase della malattia (attiva, in remissione o recidiva) nel gruppo RA, andamento contrario nel gruppo UPIA
  • correlazione inversa nel gruppo RA invece tra l’età dell’insorgenza della malattia e il titolo anticorpale (IgM specifiche quali anti-VtaA-9/10). Nessuna associazione invece nel gruppo UPIA. In soggetti sani invece i livelli IgM anti-VtaA10 sono risultati più alti nell’età adulta-anziana suggerendo come la siero-conversione avvenga fisiologicamente, ma solo in un secondo periodo

Una volta confermata la presenza di Hps e la sua capacità di stimolare risposta immunitaria, i ricercatori ne hanno valutato la specificità di attaccare il collagene di tipo 2, struttura cellulare fondamentale nonché principale bersaglio della patologia artritica. 

Linfociti T specializzati (HLA-DRB1*04pos) hanno infatti mostrato di attivarsi contro il collagene di tipo 2, si attivano anche in risposta al batterio con produzione di interleuchine infiammatorie quali IL-17 o IL-13.

A innescare la risposta sembrerebbe essere una sequenza di 9 aminoacidi che potrebbe fungere da auto-antigene nell’artrite reumatoide presente sia nel collagene di tipo 2 (Coll261−273), che in un peptide simile derivato dal batterio (il VtaA10 755−766), che differisce da Coll261−273 per un solo aminoacido.

Conclusioni

Se l’ipotesi di un attivo ruolo di Hps VtaA10+ nell’eziopatogenesi di artrite reumatoide venisse confermata da ulteriori studi, un vaccino specifico potrebbe rappresentare una valida strategia di prevenzione per i soggetti geneticamente più a rischio di sviluppare la malattia o, nel caso di soggetti già diagnosticati, di controllo delle recidive.

Silvia Radrezza
Laureata in Farmacia presso l’Univ. degli Studi di Ferrara, consegue un Master di 1° livello in Ricerca Clinica all’ Univ. degli Studi di Milano. Borsista all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS dal 2017 al 2018, è ora dottoranda in Scienze Farmaceutiche presso l’Univ. degli Studi di Milano.

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