Durante il congresso PPPP Microbioma.it ha chiesto al prof Ruggiero Francavilla di approfondire il ruolo del microbiota intestinale nelle malattie glutine-dipendenti, con particolare attenzione alla celiachia. Il punto di partenza è il rapporto diretto tra alimentazione, batteri intestinali e risposta immunitaria: le proteine del frumento, incluso il glutine, vengono metabolizzate anche dal microbiota e, a seconda di come sono idrolizzate, possono risultare più o meno immunogeniche. Un microbiota capace di ridurre l’immunogenicità del glutine e di mantenere una corretta permeabilità intestinale potrebbe quindi contribuire a favorire una risposta immunitaria più tollerogena.
Uno dei temi centrali è la ricerca di una possibile “firma microbica” della malattia celiaca. Sebbene numerosi studi abbiano documentato una riduzione di bifidobatteri e lattobacilli nei pazienti celiaci, oggi non esiste ancora un profilo microbico fecale sufficientemente definito da permettere l’identificazione della celiachia attraverso un test sul microbiota.
L’intervista evidenzia poi un aspetto clinicamente rilevante: la dieta senza glutine, pur essendo indispensabile nel trattamento della celiachia, non sempre consente il ripristino del microbiota. L’eliminazione del glutine comporta infatti anche una riduzione dei fruttani, substrati importanti per la crescita dei bifidobatteri, contribuendo così al mantenimento di una condizione disbiotica. Questa alterazione potrebbe avere un ruolo nella persistenza dei sintomi gastrointestinali, che interessa circa il 20% dei pazienti celiaci nonostante l’aderenza alla dieta senza glutine.
Da qui nasce l’interesse per strategie di modulazione del microbiota, inclusi probiotici e prebiotici. Studi condotti con formulazioni multiceppo, comprendenti bifidobatteri e lattobacilli, suggeriscono che in alcuni casi sia possibile migliorare la sintomatologia gastrointestinale del paziente celiaco a dieta. Tuttavia, le evidenze più recenti indicano che la sola somministrazione di probiotici potrebbe non essere sufficiente senza un adeguato apporto di fibre, attraverso la dieta o mediante prebiotici come l’inulina.
Infine, la prevenzione. Lo studio longitudinale CDGEM, coordinato dal professor Alessio Fasano, sta mostrando che specifiche firme microbiche possono precedere di anni l’insorgenza della celiachia. In futuro, questo potrebbe consentire di identificare i soggetti ad alto rischio e sviluppare interventi mirati sul microbiota per ridurre la probabilità di comparsa della malattia.








