Gli inibitori dei checkpoint immunitari sono farmaci che aiutano il sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali. Hanno rivoluzionato il trattamento del cancro e, sebbene si siano rivelati efficaci in pazienti con determinate forme tumorali, spesso i soggetti che li assumono sviluppano resistenza a questi farmaci.
Di recente, un piccolo studio clinico ha dimostrato che i batteri intestinali provenienti da donatori che avevano precedentemente beneficiato dell’assunzione di inibitori dei checkpoint immunitari possono aumentare l’efficacia di questo trattamento nelle persone con cancro gastrointestinale avanzato che in passato non avevano risposto all’immunoterapia.
I risultati, pubblicati su Cell Host & Microbe, supportano l’idea che il microbiota intestinale moduli le risposte immunitarie e suggeriscono nuove strategie terapeutiche.
Trapianto di microbiota e trattamenti oncologici
«Questa ricerca evidenzia la complessa interazione tra microbi intestinali benefici e dannosi nel determinare i risultati dell’immunoterapia», afferma il coautore dello studio Hansoo Park dello Gwangju Institute of Science and Technology, in Corea del Sud.
«Il legame tra microbiota intestinale e risposta immunitaria alle terapie antitumorali è un’area di crescente interesse: il nostro studio fornisce prove concrete e nuove strade per migliorare i risultati del trattamento in una gamma più ampia di tumori».
Diverse ricerche hanno suggerito che trasferire le feci di pazienti responsivi alle terapie oncologiche in soggetti che precedentemente non hanno risposto all’immunoterapia può aumentare l’efficacia di questo trattamento in presenza di alcune forme di tumori della pelle.
Tuttavia, non è chiaro come questa procedura possa aiutare a superare la resistenza a una classe di inibitori dei checkpoint immunitari chiamati inibitori anti-PD-1 nei pazienti con altre forme tumorali. Inoltre, non sono stati ancora identificati i batteri intestinali in grado di aumentare l’efficacia del trattamento.
Per rispondere a queste domande, Hansoo Park e il suo team hanno eseguito un trapianto di microbiota fecale in 13 pazienti con tumore gastrointestinale avanzato che in passato non avevano risposto agli inibitori anti-PD-1.
Aumenta l’efficacia del trattamento
Tutti i partecipanti allo studio presentavano tumori metastatici resistenti al farmaco anti-PD-1 nivolumab. Quattro pazienti avevano un cancro gastrico, cinque un tumore esofageo e quattro un epatocarcinoma.
I donatori di feci presentavano le stesse forme tumorali e avevano risposto al trattamento con nivolumab o con un altro farmaco anti-PD-1 chiamato pembrolizumab. I riceventi hanno assunto una terapia antibiotica per eliminare i microbi presenti nel loro intestino, per poi ricevere il trapianto di microbiota fecale tramite una procedura di colonscopia.
«Uno dei risultati più sorprendenti è stato quello di un paziente con epatocarcinoma nel quale, in seguito al primo trapianto di microbiota fecale, è stata registrata la mancata risposta al trattamento e l’avanzamento della malattia. Tuttavia, un successivo trapianto fecale da un altro donatore ha fatto registrare una notevole riduzione del tumore», afferma il coautore dello studio Sook Ryun Park.
Alla ricerca di specifici batteri
In seguito, i ricercatori hanno deciso di indagare quali batteri avessero maggiori probabilità di determinare il successo di un trapianto di microbiota fecale combinato con la somministrazione di inibitori dei checkpoint.
Dai dati ottenuti è emerso che un ceppo batterico chiamato Prevotella merdae immunoactis, non ancora descritto, ha aumentato l’efficacia del trapianto di microbiota fecale, che è risultata invece ridotta in presenza di altri due ceppi batterici, Lactobacillus salivarius e Bacteroides plebeius.
Questi dati suggeriscono che per sviluppare strategie terapeutiche basate sul microbiota intestinale in grado di migliorare le risposte all’immunoterapia antitumorale sarà necessario continuare a studiare questi e altri ceppi batterici.
Conclusioni
«Esaminando le complesse interazioni presenti all’interno del microbioma, puntiamo a identificare comunità microbiche ottimali che possano essere utilizzate per migliorare i risultati dei trattamenti antitumorali. Questo approccio ci aiuterà a capire come l’ecosistema microbico nel suo complesso contribuisca al successo terapeutico», afferma Hansoo Park.
Tuttavia, gli autori avvertono che i trapianti di microbiota fecale comportano il rischio di trasmettere microbi patogeni. Inoltre, attualmente non esistono ancora protocolli standardizzati e linee guida.
«Occorre sviluppare metodi efficaci e convenienti per la produzione e la distribuzione delle biomasse per poter sfruttare al massimo questa procedura. Studi approfonditi e un’attenta pianificazione saranno dunque essenziali per integrare il trapianto di microbiota fecale nello standard di cura per il trattamento del cancro», concludono gli autori dello studio.
