Akkermansia muciniphila, potenziale biomarker di risposta alle terapie oncologiche

L'abbondanza relativa di Akkermansia e l'uso di antibiotici potrebbero divenire biomarcatori della risposta all'immunoterapia nei pazienti oncologici. A dirlo un recente studio pubblicato su Nature Medicine.
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Akkermansia muciniphila, potenziale biomarker di risposta alle terapie oncologiche

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Stato dell’arte
Il microbiota intestinale può influenzare l’efficacia dell’immunoterapia antitumorale e la presenza di Akkermansia muciniphila è stata associata a benefici clinici in pazienti oncologici trattati con inibitori del checkpoint immunitario. Non sono stati ancora identificati biomarcatori della risposta nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule.

Cosa aggiunge questa ricerca
I ricercatori hanno analizzato il microbiota intestinale di 338 soggetti con carcinoma polmonare non a piccole cellule trattati con inibitori del checkpoint immunitario. La presenza a livello intestinale di Akkermansia è associata a una migliore risposta alla terapia e a una maggiore sopravvivenza. Tuttavia, i soggetti con bassi livelli di Akkermansia tendevano a sopravvivere più a lungo rispetto ai pazienti con livelli alti o non rilevabili del microbo. Inoltre, i pazienti che non avevano assunto antibiotici nei due mesi precedenti al ​​trattamento antitumorale erano caratterizzati da una maggiore sopravvivenza, indipendentemente dal fatto che fosse possibile o meno rilevare a livello intestinale Akkermansia.

Conclusioni
I risultati suggeriscono che Akkermansia potrebbe essere utilizzato come biomarcatore per identificare i pazienti oncologici che potrebbero dare una migliore risposta al trattamento con inibitori del checkpoint immunitario.

Negli ultimi anni l’immunoterapia è diventata un trattamento comune per molti tipi di tumore, ma non è efficace in tutti i pazienti. Uno studio su soggetti con carcinoma polmonare non a piccole cellule suggerisce che il batterio intestinale Akkermansia muciniphila potrebbe essere utilizzato come biomarker per identificare i pazienti con maggiori probabilità di rispondere all’immunoterapia.

I risultati, pubblicati su Nature Medicine, confermano le precedenti le osservazioni raccolte su un gruppo più piccolo di soggetti con lo stesso tumore e mostrano che il microbiota intestinale, in particolare l’abbondanza di Akkermansia, potrebbe aiutare a predire la sopravvivenza di questi pazienti oncologici.

Terapie oncologiche e microbiota intestinale

Gli inibitori del checkpoint immunitario impediscono alle cellule immunitarie di attaccare le cellule sane. Questi farmaci si sono dimostrati efficaci per il trattamento di diversi tipi di cancro, tra cui il tumore del polmone non a piccole cellule e quello del rene. 

Tuttavia, non sono stati ancora identificati biomarcatori della risposta a questi farmaci nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule.

Precedenti studi condotti da Laurence Zitvogel del Gustave Roussy Cancer Campus hanno dimostrato che la presenza di Akkermansia è associata a benefici clinici nei pazienti oncologici trattati con inibitori del checkpoint immunitario

I ricercatori hanno quindi deciso di indagare se la presenza di Akkermansia possa rappresentare un biomarcatore in grado di predire la sopravvivenza e la risposta alla terapia nei pazienti con carcinoma polmonare avanzato non a piccole cellule.

Akkermansia muciniphila e carcinoma polmonare

I ricercatori hanno analizzato il microbiota intestinale di 338 soggetti con carcinoma polmonare non a piccole cellule trattati con inibitori del checkpoint immunitario. 

La presenza a livello intestinale di Akkermansia è risultata associata a una migliore risposta alla terapia e a una maggiore sopravvivenza (18,8 contro 15,4 mesi) rispetto ai pazienti nei quali questo batterio non veniva rilevato.

Tuttavia, i pazienti con una sopravvivenza complessiva inferiore a 12 mesi presentavano livelli intestinali elevati di Akkermansia, il che suggerisce che l’abbondanza relativa di questo batterio può influenzare gli effetti dell’immunoterapia più della sua presenza assoluta

In effetti, i pazienti con bassi livelli di Akkermansia tendevano a sopravvivere per circa 27,2 mesi, quindi molto più a lungo di quelli sia con livelli alti o sia con livelli non rilevabili del batterio.

Possibile biomarker microbico

I ricercatori hanno infine esaminato gli effetti dell’uso di antibiotici sugli esiti clinici. 

Nei pazienti che non avevano assunto antibiotici nei due mesi precedenti al ​​trattamento antitumorale è stata registrata una maggiore sopravvivenza, indipendentemente dal fatto che fosse possibile o meno rilevare Akkermansia a livello intestinale.

Il team ha anche scoperto che l’uso di antibiotici era correlato a una predominanza di Akkermansia e alla presenza di batteri Clostridium, entrambi associati alla resistenza agli inibitori del checkpoint immunitario.

Conclusioni

In futuro, l’abbondanza relativa di Akkermansia e l’uso di antibiotici potrebbero divenire biomarcatori della risposta all’immunoterapia nei pazienti oncologici. 

«Il nostro studio suggerisce l’utilità di sviluppare strumenti diagnostici per valutare la disbiosi intestinale per la gestione oncologica di routine, nonché di mettere a punto interventi basati sul microbiota per aggirare la resistenza primaria agli inibitori del checkpoint immunitario in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule», concludono gli autori.

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