Il deficit di acidi grassi a catena corta, in particolare di butirrato, rappresenta uno dei razionali biologici più solidi per l’impiego degli SCFA nelle malattie infiammatorie croniche intestinali. Nei pazienti con IBD, infatti, la ridotta disponibilità di questi metaboliti si associa ad alterazioni della barriera epiteliale, maggiore infiammazione e sintomi intestinali quali dolore addominale, gonfiore e modificazioni dell’alvo.
In questa video intervista, Edoardo Savarino, gastroenterologo dell’Università di Padova, approfondisce il razionale alla base dell’utilizzo dell’acido butirrico microincapsulato, con particolare attenzione alla capacità di raggiungere il colon e parte del piccolo intestino, dove può esercitare un’azione metabolica e trofica sulle cellule epiteliali. Dopo uno studio pilota promettente, un trial randomizzato e controllato con placebo, condotto su quasi 160 pazienti, ha valutato l’efficacia del trattamento non solo sul piano clinico, ma anche sui biomarcatori di infiammazione, tra cui proteina C reattiva, VES e calprotectina fecale.
I risultati indicano che la somministrazione di butirrato microincapsulato può migliorare la qualità di vita e la sintomatologia dei pazienti, riducendo al tempo stesso il grado di infiammazione documentato dalla calprotectina fecale. Lo studio ha inoltre valutato l’impatto del trattamento sulla composizione del microbiota intestinale, osservando uno shift verso taxa coinvolti nella produzione o nell’utilizzo degli SCFA, in parallelo con il miglioramento clinico e dei biomarkers.
Questi dati suggeriscono che il butirrato microincapsulato possa rappresentare un approccio di interesse nei pazienti con malattia infiammatoria cronica intestinale lieve o con enteropatie e colopatie caratterizzate da infiammazione di basso grado, agendo su un asse fisiopatologico che integra microbiota, barriera intestinale, infiammazione e sintomi.








