Si è svolto online dal 3 al 5 agosto il quarto Microbiome movement dedicato alla dermatologia e alla salute della pelle. Ospiti e relatori da tutto il mondo hanno discusso per tre giorni sulle ultime novità nel campo della caratterizzazione e della modulazione del microbioma cutaneo.
La prima giornata del congresso è stata dedicata alla discussione su come i consumatori finali percepiscono i batteri, quali possono essere le caratteristiche e le dimensioni del “microbiome market”, quali le strategie delle aziende per creare un brand solido in questo mercato.
È emerso che ancora, e forse dalla pandemia ancora di più, le informazioni che i consumatori ricevono (da pubblicità, social networks, motori di ricerca ecc.) sui batteri sono per lo più legate ai loro aspetti negativi.
Il mercato del “microbiome skincare”
Anche le attuali regole per le aziende cosmetiche sono legate alla necessità di impedire che nei prodotti siano presenti “batteri dannosi” e i claims “antibatterico” o “antimicrobico” sono ancora molto in auge, benché già dal 2016 l’FDA abbia bandito l’utilizzo di alcuni antibatterici nei prodotti per l’igiene quotidiana.
C’è però interesse da parte del pubblico rispetto al microbiota anche cutaneo e, recentemente, anche nei confronti della “microbiome skincare”.
Uno dei problemi è che questa “scienza” è arrivata sul mercato molto presto, prima che i dati fossero sufficientemente chiari, rischiando di creare molta confusione nei consumatori ed esponendo ricercatori e aziende al rischio di fare brutte figure ogni volta che i dati dimostreranno nuove evidenze.
È emerso infatti che l’argomento, le definizioni, i claims sono estremamente complicati (e confusi) e questo può allontanare il consumatore più superficiale dal desiderio di approfondire.
Occorre fare chiarezza e “demistificare” la complessità del tema. È necessario che gli organismi di controllo stabiliscano chiaramente se i probiotici (e tutti i loro “derivati”) siano da considerare farmaci, integratori, ingredienti alimentari o altro, arrivare a definizioni chiare e univoche su cosa sono pre- e postbiotici, definire i criteri per poter reclamare un claims legato alla salute.
Senza dubbio i bisogni principali dei consumatori riguardano tre specifici ambiti: la pelle sensibile, l’eczema e l’acne, e su questi temi si sono concentrate quasi tutte le relazioni del congresso.
È stato anche evidenziato quanto sia diffusa la voglia dei pazienti di condividere le loro esperienze e i loro problemi e quanto sia fondamentale ascoltarli; molti degli effetti dei prodotti sono stati studiati solo dopo che i pazienti li avevano riferiti.
Una delle considerazioni emerse è che prima ancora di preoccuparsi di inserire pre- pro- o postbiotici nei cosmetici, occorre valutare l’impatto di tutti gli altri ingredienti («All the ingredients matter» ha dichiarato Elsa Jungman, Founder & Chief Executive Officer – Dr. Elsa Jungman) sull’equilibrio del microbiota e arrivare a una cosmesi “microbiome friendly” o, almeno, priva di ingredienti che possano interferire con il microbiota.
Microbioma cutaneo vs microbioma dell’abbigliamento
All’inizio della seconda giornata del congresso Chris Callewaert ha parlato della relazione tra abbigliamento e microbiota.
La ricerca a proposito del cattivo odore degli indumenti riguarda soprattutto l’escursionismo e lo sport, ma il cosiddetto permastink, così si chiama in inglese il cattivo odore che rimane sui vestiti, può essere per alcuni un problema socialmente molto rilevante.
Molti studi hanno cercato di identificare le sostanze responsabili del cattivo odore e i microrganismi coinvolti, ma pochi si sono concentrati sul microbioma che rimane sugli indumenti.
Ecco le conclusioni a cui Callewaert è arrivato con i suoi studi.
- Il microbioma dei vestiti appena indossati è molto simile a quello del petto o del dorso del soggetto, molto meno a quello delle altre aree della pelle, e ha una diversità batterica molto maggiore, per esempio, del microbiota delle ascelle.
- Dopo averli indossati, gli indumenti lasciati in giro si arricchiscono di batteri in un modo diverso e selettivo per ogni tipo di tessuto. Il poliestere, ad esempio, puzza molto di più del cotone e questo può essere legato alla maggior proliferazione di Micrococcus spp. sui tessuti sintetici. Il C. acnes a differenza di altri batteri si arricchisce sul nylon. Sulla viscosa non cresce niente. Sulla lana crescono molti batteri, ma con una notevole diversità, cosa che probabilmente impedisce la crescita eccessiva dei batteri maleodoranti; inoltre la lana rimane più asciutta, cosa che impedisce una ulteriore proliferazione dopo l’utilizzo in quanto l’umidità è essenziale per la crescita batterica.
- Nell’ultimo secolo è cambiato radicalmente il modo in cui vengono lavati i vestiti. Si è passati da lavaggi ad alte temperature e detergenti chimici molto aggressivi (candeggina) a lavaggi a basse temperature con detergenti basati su enzimi. Questo ha avuto senza dubbio un impatto positivo sull’ambiente. Ma quale effetto sul microbiota? L’effetto principale è che il lavaggio dei vestiti non rimuove più i microbi e provoca invece uno scambio microbico tra i vestiti lavati insieme. Anche l’asciugatura lenta favorisce l’accumulo di cattivi odori.
- Gli indumenti trattati con antimicrobici possono causare effetti sorprendenti sul microbioma cutaneo. Ad esempio, i vestiti trattati con NanoArgento (NanoSilver) inducono una maggior crescita di batteri sulla cute: una possibile spiegazione è che i batteri producano un biofilm per proteggersi dall’argento. Si potrebbe inoltre arrivare a selezionare batteri resistenti. Oltre a questo, gli antimicrobici usati potrebbero avere effetti non salutari per la salute dell’ospite e per l’ambiente.
- I “vestiti probiotici” possono costituire una soluzione alternativa. Sono indumenti ricoperti di probiotici, batteri non produttori di odore, microincapsulati, che potrebbero prevenire la crescita di quelli maleodoranti. Questo potrebbe anche ridurre la necessità di lavaggio dei vestiti.
Per approfondire: https://drarmpit.com/
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